L’editoriale dell’ultimo numero di Innov’azione

La ricchezza cambia sostanza. La ricchezza del futuro non potrà più essere solo quella finanziaria. Non potrà sia perché si stanno modificando i paradigmi sia perché in un mondo dove a parità di risorse disponibili la popolazione continua a crescere è necessaria inevitabilmente una redistribuzione e affinché tale redistribuzione possa essere gestita nel modo più indolore possibile è fondamentale assegnare nuovo valore anche a ricchezze diverse da quelle finanziarie e materiali.

È uno scenario non troppo remoto ed è uno scenario al quale in molti stanno già pensando e agiscono di conseguenza. È lo scenario alla base delle idee di impresa che si sviluppano tenendo in considerazione il cosiddetto impatto sociale. Sono idee d’impresa ma anche startup e organizzazioni già più mature che hanno compreso come lo sviluppo di nuovi prodotti, di nuove tecnologie, di nuovi servizi non può prescindere da alcuni elementi di tipo sociale: impatto sull’ambiente, accrescimento delle opportunità per il territorio, creazione di posti di lavoro per fasce di persone diverse: dai giovani con competenze di alto livello a coloro che hanno maggiori difficoltà ad accedere al mercato del lavoro.

Nell’immaginario collettivo quando si pensa a impresa, o a organizzazione che si rivolge al sociale, si pensa al no-profit. Il no-profit è importante certamente ma non è più l’unica strada possibile tanto che con sempre maggiore frequenza si parla di low-profit, quindi di organizzazioni che basano le loro strutture su meccaniche del tutto simili a quelle di aziende, quelle innovative di nuova generazione, ma che non hanno come obiettivo unico il raggiungimento di fatturati elevati e sempre in crescita ma piuttosto quello di definire e mettere alla prova un modello che, benché risulti idealmente profittevole, non aspira alla corsa spasmodica verso la crescita finanziaria ma si pone come obiettivo quello di tradurre la sua crescita anche in termini di impatto sociale. Alcuni esempi: centri che forniscono visite mediche di alto livello a costi abbattuti di molto rispetto a quelli normalmente praticati dai professionisti della medicina specializzata; soluzioni di trasporto che utilizzano energie alternative e che hanno basso impatto ambientale; piattaforme tecnologiche pensate per rispondere alle esigenze di persone con disabilità; drug discovery dei cosiddetti farmaci orfani per le malattie rare; social network pensati per permettere alle persone di condividere e scambiarsi competenze, tempo, risorse per dare quindi senso concreto al concetto di comunità.

Le startup e le imprese a impatto sociale non sono una rarità e non sono nemmeno aliene alle regole del mercato, anche qui c’è concorrenza, anche qui c’è attenzione alla crescita, anche qui ci sono posti di lavoro che vengono creati, ciò che manca è l’ansia del profitto finanziario a tutti i costi perché la ricchezza che viene prodotta è anche e soprattutto quella sociale.

A capire che questo modello ha un futuro sono già in molti come per esempio l’organizzazione Make a change che gode del supporto di imprenditori illuminati come Renzo Rosso di Diesel e che insieme a un’altra organizzazione che si occupa di imprese innovative low-profit e che si chiama Avanzi ha creato un incubatore, o meglio un percorso di incubazione, pensato proprio per le imprese low-profit e per gli imprenditori che hanno maturato consapevolezza verso questo modello. Altra realtà sensibile alle imprese sociali con piglio innovativo è The Hub rete di centri che funzionano come spazi dove le nove imprese trovano una collocazione e una serie di servizi che le aiutano a crescere, The Hub ha presenza globale e in Italia si trova a Milano e Rovereto ma si sta espandendo rapidamente anche in altre città. C’è anche un network online che ha realizzato la Fondazione Italiana Accenture e che si chiama Ideatre60 interamente dedicato alle imprese e idee d’impresa a impatto sociale. Così anche coloro che hanno idee per migliorare il mondo, che magari sono un po’ idealisti e che magari non hanno gli strumenti e le conoscenze che servono per gestire una impresa possono ora avere una opportunità in più per imparare perché fare una startup con impatto sociale significa avere le medesime conoscenze che ha un imprenditore che ha in mente una startup più tradizionale, quindi le regole di ingaggio, la gestione di impresa, la stesura del business plan, le relazioni con il mercato, con i partner industriali e con gli investitori richiedono la medesima preparazione. Già perché anche tra gli investitori ci sono quelli che hanno capito che la ricchezza non è più solo quella finanziaria, investitori che hanno fatto loro o che stanno approcciando il concetto di Impact investing. Si tratta della strategia di investimento che oltre al ritorno finanziario si propone di produrre ritorno sociale o ambientale, il concetto alla base della generazione combinata di benefici finanziari e di altro tipo è noto come ‘triple bottom line’ dove i tre elementi di creazione del valore sono persone, pianeta e profitto o ‘blended value’. Investitori singoli ma anche fondi di venture capital sono già attenti verso questa tipologia di imprese che associano il ritorno economico a quello sociale e a quello ambientale, come accade, per citare l’esempio di un investimento che rispetta questi parametri, con l’operazione che ha visto alcuni business angel di Italian angels for growth investire nella startup bolognese Eugea che fa ecologia urbana, da lavoro a cooperative sociali e vende i suoi prodotto online. Ecco che quindi la ricchezza si declina su parametri nuovi dando vita a un modello che è una sorta di ibrido tra le organizzazioni no-profit e le imprese nel senso più tradizionale del termine.

Emil Abirascid